06 Lug 2020

Quattro professionisti in ambito psico-corporeo si interrogano sul concetto di “confine” nella relazione psicoterapeutica e nello sviluppo della guarigione, nel lavoro di gruppo e nella vita di tutti i giorni.

Nicola Bonacini (psicologo, psicoterapeuta)

PER NON SOFFOCARE: I CONFINI

Penso che possedere buoni confini nelle relazioni, così come al proprio interno, sia già una condizione sufficiente di discreta salute psicologica. E penso anche che questo tema costituisca uno dei contributi più importanti che oggi le scienze psicologiche possano offrire alle nostre società, intese sia nella dimensione macro (moltitudini di persone) sia in quella micro (l’individuo). Realtà di cui si parla tanto in questo periodo quali la violenza domestica, il bullismo e le offese sui social sono anche il segno di una mancanza pedagogica e culturale di confini: invadere (anche con l’energia del proprio corpo) e offendere come modalità automatiche e normali (manca una profonda consapevolezza della ferita e del dolore che genera), anziché il confronto, il dialogo e il rispetto delle posizioni altrui, anche se diverse. Nella psicoterapia le persone imparano ad essere accolte ed ascoltate come forse non lo sono mai state in tutta la loro vita, ma vivono quella relazione anche con dei limiti: gli orari fissi delle sedute, le modalità e la quota dei pagamenti, il fatto che il terapeuta, pur essendo una persona a cui spesso si raccontano cose molto intime, non è un individuo con cui generalmente si condividono altre situazioni (andare fuori a cena, uscire con amici comuni, sentirsi per chiacchierare). Questi confini, appunto, che in certi casi potrebbero sembrare, almeno all’inizio, eccessivamente rigidi, sono uno dei componenti dell’efficacia della psicoterapia. Tale dimensione dove le regole (poche) sono chiare, ci insegna gradualmente che anche nelle relazioni a noi più prossime (amicali e famigliari) è bene che esistano anche dei limiti; e proprio in virtù di tale impostazione, che ha a che fare col rispetto dell’altro e quindi di ciò che è diverso (altro da me), sta uno dei fondamenti per una vita di relazione sana (e, verrebbe da dire, anche per una migliore convivenza tra i popoli). Eppure, guardandoci intorno notiamo confusione, dolore spesso innescato da parole sbagliate, solitudine dovuta ad un eccessivo investimento sull’immagine esterna a scapito della nostra interiorità e della nostra salutare abitudine a ragionare, a saper trovare le parole giuste (lavoro complesso ma cemento sopraffino e non sisma per i legami), a costruire rapporti di fiducia che ci permettano di non sentirci soli anche quando lo siamo fisicamente o quando abbiamo bisogno di aiuto. E notiamo anche che le carenze affettive spesso vanno di pari passo con rapporti simbiotici o fondati su un deleterio senso di possesso. E così si smette di ascoltare, sempre che vi sia stato un tempo in cui lo si sia fatto. Nel suo libro Il corpo e la parola, George Downing dice che gli eventi traumatici, anche per la loro prerogativa di fare breccia violenta nei confini, hanno effetti molto negativi anche a livello corporeo: la psicoterapia è un lento e laborioso lavoro di ricostruzione di ciò che è stato un tempo violato. Ad una buona salute assoceremo quindi confini non impermeabili (non può mancare lo scambio), ma solidi e soprattutto vivi, nel senso che saranno dotati di un’identità forte e singolare: così ci sarà molto più chiaro quando dire sì e quando dire no (cosa fare passare e cosa no). Viene l’immagine di un buon manovratore di una chiusa idraulica che sa quando chiudere e quando aprire. Un’ attività, ma potremmo anche dire un’arte, complessa nell’era delle macchine, dell’immagine e della frenesia, che richiede tempo, fatica e investimento, ma che certamente rasserenerà la nostra unica anima, ed unica.

Marica Artosi (esperta in tecniche di lavoro corporeo, conduce classi e seminari di bioenergetica a Bologna):


LA BIOENERGETICA COME PRATICA SUI CONFINI


Più ci sentiamo e più percepiamo le difese, i blocchi che strutturano il nostro carattere e definiscono la nostra identità; più ci sentiamo e più percepiamo i nostri limiti e la necessità di rendere i confini “psicocorporei/emotivi” più spessi se siamo troppo permeabili oppure più sottili e meno rigidi se siamo troppo impermeabili. Infatti i confini nascono anche per ragioni di sicurezza e non solo d’identità, spesso coincidono proprio con le nostre difese, e a volte, purtroppo, ci danno una visione limitata di noi stessi. Ma attraverso la pratica bioenergetica possiamo sentire che i nostri confini non sono delle barriere rigide, bensì delle linee, delle onde in movimento e che possiamo imparare ad autoregolare a seconda della situazione; possiamo osare un po’ di più o prendere maggiori distanze rispetto a quello che siamo in quel preciso momento e rispetto alla realtà che stiamo esperendo. La bioenergetica ci fa sentire che i confini, più che difenderci dagli altri, ci ricordano dove siamo in questo preciso momento. È stato molto interessante in questi mesi (marzo/maggio 2020) di Covid-19 nelle pratiche di bioenergetica on-line tramite la piattaforma Zoom, constatare, grazie ai feedback dei singoli componenti del gruppo, come sia accaduto qualcosa di nuovo.
Se durante le classi di bioenergetica “in presenza”, i partecipanti a volte perdevano il sentimento della propria corporeità e quindi anche il sentimento dei propri confini a causa di uno spostamento dell’attenzione sugli altri elementi del gruppo, nelle classi di bioenergetica on-line è accaduto quasi l’opposto. Molte persone hanno dichiarato di aver percepito un lavoro più profondo e di esser riusciti a sentire maggiormente il corpo, il radicamento al suolo e le vibrazioni nelle gambe (che solitamente sono tra gli effetti positivi che la pratica genera).
Soli nella propria stanza, il filtro del video ha creato un confine.
Questo vuol dire che quando non c’è un confine reale/virtuale dobbiamo modularlo da soli. Nel sentirci e nel sentire gli altri è più complesso ascoltarsi e c’è la possibilità di perdere l’attenzione e di spostarla troppo all’esterno o su quello che ci aspettiamo da noi stessi. Nella pratica bioenergetica on-line veniva a mancare tutta la parte che ha che fare con l’ansia da prestazione. Nella pratica di gruppo non è sempre facile rispettarsi: arrivano la vergogna, la competizione, le varie ferite narcisistiche, il bisogno di sentirsi parte di un gruppo e non diversi, il senso di inadeguatezza, ecc.
La pratica on-line ha permesso a molte persone (non a tutte, alcune hanno bisogno dell’energia del gruppo per potersi sentire ed entrare maggiormente in empatia con se stessi) di fare un lavoro più profondo rispetto alle classi in presenza. Un lavoro che probabilmente, quando ci re-incontreremo di persona, servirà per relazionarsi con gli altri modulando i propri confini in modo nuovo e più adattivo, proprio in relazione all’esperienza corporea/emotiva vissuta in solitudine.

Fabrizio Stasi (fisioterapista, psicologo, psicoterapeuta, vive e lavora privatamente a Bruxelles):

LA PERMEABILITA’ SELETTIVA

Immaginiamo una cellula, con la sua membrana cellulare che la separa dal mondo esterno.

La membrana cellulare ha una caratteristica straordinaria, quella di essere selettivamente permeabile, cioè di permettere l’entrata di elementi nutritivi, ma impedire il passaggio di elementi tossici, se non in uscita.

Quando questo sistema viene attaccato, si producono anomalie di varia gravità.

Allo stesso modo funziona la psiche umana: una persona in equilibrio lascia entrare ciò che del mondo esterno le risulta piacevole/utile (nutrimento affettivo, emotivo o cognitivo) e respinge ciò che è spiacevole/dannoso (invadenze, colpevolizzazioni, responsabilizzazioni inadeguate). Inoltre si libera di stati d’animo tossici, che creano dolore, esprimendoli verso l’esterno (per esempio attraverso la rabbia, il pianto).

Ma che succede quando una persona non è in equilibrio ?

Si possono verificare due tipi di situazioni, una in eccesso ed una in difetto ed entrambe provocano un malessere, più o meno grave, in base a quanto la personalità si discosta dall’equilibrio. Se la personalità è eccessivamente permeabile, la persona tende a farsi invadere, fino a sentirsi schiacciata e abusata; allo stesso tempo però, può avere grande sensibilità, creatività, capacità empatiche, fino all’estremo di chi arriva a percepire stati energetici che sfuggono alle normali sensazioni.

Invece, le persone che hanno una personalità rigida, poco permeabile, sanno bene come farsi rispettare, possono essere forti e carismatiche, ma mancano della capacità di entrare in relazione profonda con l’altro e vivono un senso più o meno profondo di solitudine. Insomma sono molto concentrate su se stesse, nel bene e nel male.

Come fare a ritrovare l’equilibrio perduto e il benessere ?

Torniamo alla cellula anomala e scopriamo che nel passato era stata attaccata da un virus; per salvarsi era riuscita a modificare la permeabilità della sua membrana ed è sopravvissuta. Ma la membrana ha strutturato una modalità difensiva (in eccesso o in difetto di permeabilità) che rimane anche se il virus è stato debellato e quella difesa oggi è diventata essa stessa fonte di malessere (allergie, immunodeficienze).

Così nella psiche: in un caso il “virus” che l’aveva attaccata poteva essere, per esempio, quello della scarsa attenzione, fino all’indifferenza, o al contrario quello del controllo, fino all’oppressione e al maltrattamento. Per salvarsi, la psiche ha trovato una buona soluzione, una difesa che le ha permesso di sopravvivere, ma il prezzo è stato la rinuncia ad una parte di sé. Può aver dovuto privarsi della capacità di mettere freno all’invadenza esterna pur di mantenere il legame, o al contrario chiudersi in se stessa, perdendo la capacità di sintonizzarsi col mondo esterno.

Nella cura delle allergie si stimola la desensibilizzazione, attraverso la somministrazione di piccole dosi di allergene, in modo che il corpo si abitui progressivamente a tollerarlo.

Lo stesso si può fare a livello psichico: si tratta di fare esperienze correttive in situazioni protette, cioè in un setting di psicoterapia, per imparare a tollerare quelle situazioni che per similitudine creano un link emotivo con gli eventi passati. In questo modo ci si può “allenare” ad inibire le risposte difensive automatiche ed imparare a reagire in maniera più adeguata al presente, sperimentando modalità relazionali dimenticate.

Per le personalità “troppo permeabili” questo significa esercitarsi a mettere i propri limiti, frenare il proprio slancio ad occuparsi o preoccuparsi per gli altri, osare dire più spesso “no”, tollerando il senso di colpa e la paura del giudizio, che inevitabilmente si faranno sentire.

Per i “poco permeabili” invece, si tratterà di osare mostrare le proprie fragilità, sperimentare la passività, il contatto amorevole, l’empatia, allenare la percezione e l’espressione di sentimenti “morbidi”, affrontando la paura dell’abbandono che emergerà a difesa, anche se non più necessaria.

In conclusione, ritrovare la salute significa rimettere in discussione i propri limiti, le proprie abitudini. È necessario osare rimettersi in gioco, per ridare elasticità ai nostri meccanismi di difesa e scoprire nuovi modi di comunicare ed interagire con il mondo.

Elisa Magrinello (psicologa, psicoterapeuta, palliativista, lavora in provincia di Brescia e Milano):

L’ABBRACCIO CHE RISPETTA

In un mondo dove i confini delle società divengono sempre meno tangibili e le reti di supporto sempre più fragili, Baumann nel 2006 parlava di una fragilità amorosa che potremmo azzardare anche a noi stessi. Quando io non percepisco più il mio valore e quindi la mia dimensione ecco che entro in un oceano di possibilità di cui non traggo valore. Diveniamo corpi galleggianti ed erranti in uno spazio infinito di cui non percepiamo più nulla. In psicoterapia entriamo in un nuovo mondo, in un contenitore sicuro. Insieme si ritorna a scoprire nuove dimensioni. Il confine rassicurante e stimolante del contesto terapeutico ammortizza il dolore delle ferite inferte ed auto infertesi. Oggi più che mai ci siamo spogliati di ruoli ed etichette costruiti nella storia, ma se da un lato ci hanno dato la possibilità di entrare sempre più in contatto con la nostra essenza, dall’altro hanno rischiato di farci perdere, di denaturalizzare i nostri obiettivi primari. Ogni epoca ha la propria sfida. Ogni studio intrapsichico non può esimersi da tale responsabilità. Dalla scelta del setting terapeutico alla decisione di quale approccio terapeutico utilizzare. Ora più che mai la creazione di nuovi linguaggi diviene fondamentale per poter far ritrovare la direzione della persona stessa. Ma per poter unire mondi diversi, dal web al tocco terapeutico, dovremo dunque conoscere sempre più quei limiti entro cui muoverci e conoscere sempre meglio le origini dei nostri confini. Solo così non diverranno prigioni ma trampolini di lancio verso cui tendere. La paura obnubila la tensione creativa e vitale conducendoci a rituali protettivi svuotati dal loro significato natio che porta l’individuo a creare barriere, muri: confini invalicabili. Il terapeuta diviene quindi, come Michelangelo, abile artista nel maneggiare i meccanismi di difesa sovrastrutturali e nel contempo sarto di nuovi ed antichi confini ritrovati. Ciò che separa permette di unire in nuove dimensioni, ciò che contiene permette di accogliere. L’abbraccio, dunque, delimitato dal nostro corpo, ci permette di andare oltre la finitezza umana, senza perdere chi siamo.

[top]
About the Author